Dalla rete

13.09.2011

Dalla carta alle mele marce

Le nuove generazioni già si rapportano a quotidiani e periodici attraverso i media digitali confrontandosi - perlopiù incoscientemente - con problemi di privacy, interattività-interoperabilità dei linguaggi, e pratiche di marketing a dir poco aggressive.

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo a firma Ferry Byte uscito sull'ultimo numero di Testimonianze sotto la Licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License corredato di immagini illustrative)

La comunicazione ha bisogno di coraggio per poter essere pervasiva ed allora buttiamo il cuore oltre il fossato, cancelliamo qualche punto interrogativo di troppo e facciamo un bene a noi stessi ed agli altri rendendoci conto che la crisi della carta è oramai un argomento del passato ed occorre ragionare su quale sarà il futuro della stampa digitale.
Perchè i giovani (che sarebbero il nostro futuro) già usano i media elettronici per sfogliare quotidiani e riviste (che furono) ed anche se il nostro è un paese gerontocratico non ha senso scrivere il finale di una storia già vecchia ma provare ad immaginare la sceneggiatura del domani che ci aspetta con tutti i suoi, ipotetici, problemi da affrontare. Tipografi a spasso, giornalisti e redattori che sempre più lavorano da casa (ah! Il telelavoro...) per compensi sempre più bassi non solo fanno parte di uno scenario in cui la lotta di classe e il sindacalismo semplicemente (si) sono messi fuori gioco ma rappresentano l'anello debole di un sistema comunicativo in cui paradossalmente le spese sono destinate a diminuire drasticamente e i ricavi (pubblicitari) aumentare vertiginosamente salvo concentrarsi in pochi centri di potere. Mentre si registrano i primi casi di successo di quotidiani e periodici (magari di nicchia) che sono approdati al digitale nessuno, ma proprio nessuno, riflette su ciò che il passaggio al digitale comporta in termini di qualità della comunicazione mentre ci si ama soffermare meramente al conteggio dei lettori in più o in meno che, in una fase di avanguardia sperimentativa come questa, lascia veramente a desiderare. Ed è invece proprio sulla rivoluzione del rapporto lettore-media che questo articolo intende soffermarsi come anticipo del libro Mele Marce (in realtà in corso d'opera ribattezzato Mela Marcia n.d.r.) al quale ho avuto il piacere di collaborare per i tipi di Agenzia X (a firma collettivo NGN ed a voi lascio la curiosità di sciogliere l'acronimo) e che sarà in libreria mentre leggete questo stesso articolo. Tutto cambia per niente cambiare? Il passaggio dalla carta ai bit per la fruizione dei media quotidiani e periodici è un profondo cambiamento per quanto riguarda il processo comunicativo che investe l'utente finale che diventa sempre più inconsapevole lavoratore per i media elettronici di cui usufruisce: vediamo passo-passo perchè e come... Pensiamo un attimo al lettore di un giornale cartaceo ed il suo rapporto rispetto al media che sta usando.

Per prima cosa a meno che non sia un abbonato (cosa rara) il quotidiano (ad esempio) non sa niente o quasi del suo lettore, dopodichè il lettore è un semplice fruitore passivo dell'informazione che gli viene proposta, informazione che ovviamente è inframezzata da informative politiche e pubblicitarie ma rispetto alle quali il rapporto è ridotto ai minimi termini (c'è chi offre un' informazione e chi ne usufruisce passivamente). Riflettiamo ora attentamente cosa cambia con i media elettronici...
Il media può sapere molto del proprio lettore che però - ed innanzitutto - non è più un lettore ma potremmo definirlo un usufruitore attivo dell'informazione: da quale città proviene, da quale sito Web proviene, cosa esattamente legge e fa sul media stesso (quali sezioni preferisce e come si rapporta all'informazione offerta nei minimi dettagli), quali hardware e software utilizza e soprattutto come si comporta rispetto alla pubblicità che gli viene offerta. Se a qualche inserzionista pubblicitario fosse stato prospettato solo pochi anni fa di poter acquisire tutte queste informazioni dei lettori dei giornali sui quali veniva pubblicata l'inserzione pubblicitaria gli sarebbero brillati gli occhi stile Zio Paperone con i dollaroni (attualmente euro) che ruotano incessantemente e questa è la reazione che stanno avendo i marchettari perchè grande e potente è il passaggio... ...da un sistema comunicativo unidirezionale a un sistema bidirezionale! I media su carta del tipo quotidiani e periodici fanno parte dei classici sistemi unidirezionali in cui una casta di scrittori-redattori magari su mandato politico o imprenditoriale diffondono il loro pensiero ed una più o meno vasta platea di passivi lettori acquisiscono l'informazione con scarsissime possibilità di interazione con il mezzo (perlopiù delegate ai ristretti angoli del lettore).
É il classico caso di grandi megafoni comunicativi in cui uno parla e molti ascoltano propri anche del mezzo televisivo e di quello radiofonico (e non è un caso che alla televisione spopolano proprio i programmi in cui più o meno spontaneamente viene coinvolto il pubblico, vedi i realities). La telematica (ah! le bbs di un tempo...) e quindi ben presto Internet e il Web hanno spopolato proprio per la loro capacità di coinvolgere il cosiddetto lettore in maniera attiva che infatti lettore non lo è più ma attivo scrittore di note, commenti, quando non ancora autore in prima persona di articoli e reportage video-fotografici (citizen journalism), spasmodico e compulsivo auto-produttore di diari sociali di varia natura (i vari facebook e twitter ad esempio).
Ma restando nello specifico media quotidiano e periodico elettronico cosa può cambiare passando da un sistema di comunicazione unidirezionale come la carta ad uno bidirezionale-interattivo come Internet? Chi sei? Dove vai? Un fiorino!
Uno spassosa scena di un film con protagonisti Troisi e Benigni vedeva una medioevale guardia di frontiera ripetere ossessivamente questa frase a chiunque varcasse il confine, i tempi cambiano ma paradossalmente i desideri di controllo politico e di pedaggio commerciale per le nostre attività quotidiane sembrano non essere cambiate poi di molto mentre i meccanismi sono diventati sempre più raffinati.
Le possibilità di analisi dell'utenza finale offerte da alcuni software di utilizzo gratuito e popolare come Feng Shui, PHP My Visites, cliXpy, AWStats, StatCounter, Google Apps sono impressionanti.
Che sia il Web in generale o una sua sotto-dimensione (Facebook) esistono sorprendenti strumenti installabili da chiunque e capaci di monitorare in ogni singolo dettaglio le attività dell'utenza finale fino a farne un ritratto molto preciso che si avvicina pericolosamente al confine dei dati personali dell'utente stesso. Attualmente si può conoscere il numero ip ed il nome dell'host (dal quale spesso e volentieri si può ricavare nominativo ed indirizzo dell'utente), località di provenienza, dotazione tecnologica e molto altro fino a poter vedere gli esatti spostamenti di mouse e cursore su un sito web e registrare le battute della tastiera. In linea teorica – ed è già stato sperimentato con successo (famoso il caso di una scuola che voleva vedere espressioni ed atteggiamenti corporei dei propri studenti) – è possibile addirittura videoregistrare dalle webcam oramai onnipresenti sui nostri notebook e netbook anche l'utente finale stesso, mentre è una prospettiva reale negli States che una stessa corporation – nella fattispecie Google – fornisca all'utenza finale la connettività, dispositivi tecnologici, browser, e motore di ricerca per utilizzare Internet salvo poi avere veramente un ritratto (e controllo?) totale dell'utenza finale che accetta il pacchetto servizi all inclusive.

Se dunque basta veramente poco (magari dei dati testuali denominati cookies contenuti nel nostro browser e che classificano le nostre navigazioni nel cyberspazio) per perdere la nostra privacy in Rete è ovvio che tutto ciò non può non avere ripercussioni sul rapporto media-utente: il quotidiano o rivista online che sia ora ha la possibilità di sapere molte cose sul suo lettore e ciò apre molti scenari a livello di controllo o meglio interazione con l'opinione pubblica, opinione pubblica che può essere interpretata magari come possibile cliente a cui chiedere un acquisto di una merce o, chissà, un voto politico. Siamo tutti redattori.

Il lato positivo della forza (detto scherzosamente alla Star Wars) di Internet è che siamo tutti potenziali redattori, ovvero, quando approcciamo il mezzo Web, possiamo facilmente diventarne protagonisti scrivendo ciò che più ci aggrada. Anche per quanto riguarda lo specifico quotidiani e riviste online, già girano delle applicazioni per iPad e per iPhone e non solo è possibile aggregare articoli delle testate preferite in una unica interfaccia ma dare vita a commenti sui medesimi articoli da condividere con altri utenti magari tramite Facebook o Twitter.

L'informazione viene quindi facilmente arricchita e contaminata dagli interventi dell'utenza finale che magari con poco sforzo supplementare riesce essa stessa a pubblicare in prima persona singoli articoli o dare vita a vere e proprie testate giornalistiche online. L'opportunità di libera espressione è veramente rilevante ed infatti viene colta oramai da sempre più persone tanto che la concorrenza per chi deve scrivere online diventa virtualmente infinita. La possibilità di esprimersi in Rete, essendo Internet un mezzo digitale, va però di pari passo con la possibilità di monitorare l'opinione pubblica in tempo reale.
E se già da molti anni sono alte le preoccupazioni di chi teorizza un uso strumentale di sondaggi online oramai facilmente realizzabili da chiunque a basso costo ma magari su temi estremamente delicati, colpisce la possibilità offerta da alcuni strumenti online come la ricerca georefernziata di Twitter che si trasforma in un vero e proprio termometro dell'opinione pubblica che può essere misurata circoscrivendo la rilevazione a precise aree geografiche. Ma in realtà le aspirazioni di orwelliana memoria di controllo politico dell'opinione pubblica sono veramente ben poca cosa rispetto al reale sfruttamento economico dell'utenza finale che già da svariati anni si sta praticando grazie ai nuovi strumenti pubblicitari (advertising). Clicca te che guadagno io.

Continuare a dire che Internet e il Web sono ambienti liberi e gratuiti è una banalità veramente imbarazzante (per chi possiede coscienza di sé). Tanto per cominciare per accedere ad Internet occorre una dotazione tecnologica non di poco conto corredata della possibilità di una connettività necessaria e sufficiente ai propri scopi; dopodiché non è affatto scontato il livello di alfabetizzazione generale e linguistica indispensabile per poter utilizzare in maniera veramente proficua il Web ed i servizi ivi contenuti. Se dunque i vari divide (economici, linguistici, tecnologici) determinano un accesso alla Rete rigidamente suddiviso per classi, è sull'utilizzo del Web che si registra il massimo della superficialità ed incoscienza non solo dell'utenza finale ma anche di di chi dovrebbe fornire spunti di riflessione socialmente utili (ma gli intellettuali sono mai stati socialmente utili?).

È infatti disatteso dai più il concetto che il comportamento dell'utenza finale sul Web ha un preciso valore economico sul quale i nuovi media elettronici ci stanno costruendo imperi economici di rilevanza mondiale (bei tempi quando per mondiale si intendeva invece la bontà del panino alla porchetta... ). Mi riferisco con precisione al click: questo semplice gesto del mouse (per chi non lo può usare come ad esempio i non vedenti l'invio da tastiera) che sempre più si sta tramutando in toccatina del dito – touschscreen docet ! - e che implica spesso e volentieri una transizione economica. Già perchè molte persone non lo sanno ma cliccare su un determinato link – quando esso corrisponde ad una informazione commerciale - corrisponde ad una transizione economica che può ammontare a poche decine di centesimi di euro ma anche a qualche svariata decina di euro (praticamente il guadagno di una giornata di lavoro per molti) che si involano in tempo reale dalle casse di chi ha commissionato la pubblicità (in genere una azienda) a quelle di chi ne detiene la piattaforma pubblicitaria, ed in parte a chi ospita il contenuto pubblicitario stesso: leggasi ed esempio Google e periodico elettronico.

Ecco che la corsa all'oro diventa arrivare in cima ai motori di ricerca per guadagnare audience e visite che poi diventano motori di click che alimentano economie in cui la parte del leone la fa chi come Google si è inventato un sistema pubblicitario basato su inserzioni commerciali (adwords-adsense) ma in cui il guadagno partecipato non è di poco conto da parte di importanti attori comprimari costituiti dalle testate giornalistiche che ben volentieri ospitano le inserzioni pubblicitarie di Google (o magari si avventurano a costruirne di ex nove... di piattaforme pubblicitarie...). Il supporto elettronico - che non costa, si deteriora ed invecchia come la carta - diventa il substrato contenutistico, perfetto ecosistema, per annunci pubblicitari sempre online e sempre pronti a catturare l'attenzione dell'utente finale per trasformarlo in operatore attivo di economie altrui.

Se permetti ti dico io come parlare. Se dunque la pubblicità online diventa uno dei grandi business di oggigiorno sul quale ben volentieri i periodici e quotidiani online ci stanno attingendo a man bassa molti stanno pensando di fare un ulteriore salto di qualità ed opportunamente si stanno concentrando sulla questione dei linguaggi. Perchè dopo aver scoperto che Internet, il Web, Facebook e i motori di ricerca sono tutte forme moderne di linguaggio alcune grandi corporation come Apple stanno accarezzando l'intuizione di ammaliare l'utenza finale con linguaggi proprietari molto accattivanti nel quale rinchiudere l'utenza digitale e da essa trarre il massimo profitto.

Con nessun rispetto del principio di interoperabilità dei linguaggi per cui chiunque dovrebbe poter avere accesso ad un sistema di comunicazione aperto indipendentemente dal proprio corredo tecnologico assistiamo ad una pericolosa rincorsa verso la ricerca del gadget tecnologico perfetto e dell'applicazione software più accattivante capace di legare però l'utenza finale ad un determinato linguaggio incomprensibile ed inaccessibile a chi non possiede un determinato oggetto tecnologico di una determinata marca.

Apple in questo scenario riveste un ruolo di primo piano con iniziative di vario tipo come quella della guerra dichiarata al formato Flash di Adobe per cui i possessori di iPhone ed iPad non sono (attualmente) in grado di interpretare la maggior parte dei video esistenti sul Web oppure con le applicazioni proprietarie per iPhone ed iPad (molte di esse legate al mondo del giornalismo peraltro) del tutto inutili per chi non possiede i succitati gadget tecnologici di maggiore tendenza.

Conclusioni?
Se dunque rispetto alla deriva della privacy in Rete si può prenderne sicuramente coscienza ma anche arginarla parzialmente con una serie di accorgimenti tecnici (gestione dei cookies, proxy, eccetera), se rispetto alle opportunità redazionali ma anche pubblicitarie online ognuno di noi può candidarsi a giocare un ruolo anche attivo è sulla questione dei linguaggi che bisognerebbe poter svolgere una lotta culturale collettiva rivendicando il diritto ad usufruire di linguaggi ai quali sia possibile accedere indipendentemente dalla piattaforma tecnologica (magari libera alla Linux...) che abbiamo deciso di scegliere in libertà. Questa sì che è una grande opportunità culturale da parte di chi dovrebbe fare informazione senza limitarsi alla apparenza e superficie delle cose grandi dominatrici dei nostri tempi bit.

Autore: Enrico Bisenzi http://www.infoaccessibile.com

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